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Nel corso del nostro lavoro quotidiano siamo testimoni diretti della devastazione causata dalla miseria nonché dalle calamità naturali e provocate dall’uomo.

Grazie ai programmi di aiuto alimentare, abbiamo sostentato moltissime persone, la grande maggioranza delle quali era rappresentata da donne e bambini. Forniture di razioni alimentari negli istituti scolastici, programmi "viveri in cambio di lavoro" per la costruzione di strade, forniture speciali di viveri per rifugiati vittime della malnutrizione sono solo alcuni dei modi in cui utilizziamo i viveri l’Ordine grazie agli aiuti della gente  gentilmente a disposizione dei più bisognosi.

Le popolazioni prive di sostentamento sono, senza dubbio, i più poveri tra i poveri. Gli esclusi. Malgrado i benefici apportati dalla Rivoluzione Verde, dalla biotecnologia e dal libero commercio agricolo, al mondo esistono ancora quasi 830 milioni di persone prive di sostentamento, corrispondenti a circa 15 volte la popolazione italiana. La maggior parte di essi sono semplici spettatori economici, privi di un interesse e di un ruolo da ricoprire non solo nell’economia globalizzata che ha contribuito alla crescita italiana, ma anche nell’economia del proprio Paese di appartenenza.

Cosa possiamo fare per aiutare gli esclusi a inserirsi nell’economia mondiale e a trarne vantaggio come ora sono in grado di fare noi più fortunati? Le misure da adottare sono ovviamente numerose, ma desidero soffermarmi sulla volontà di lottare contro la fame che così spesso si accompagna alla miseria.

È pressoché impossibile per le popolazioni cronicamente prive di sostentamento compiere da sole il primo passo importante sulla via di riscatto dalla miseria. Sappiamo bene che la miseria conduce alla fame, ma troppo spesso dimentichiamo che è vero anche il contrario. La fame è l’origine principale della miseria. L’uomo che dorme nelle strade è privo  dell’energia e della vitalità necessarie per andare al di là della mera sopravvivenza. Mancano della forza fisica e dell’energia necessarie a lottare per trovare una via di uscita. Prima o poi la fame esige il suo tributo, che in questo caso significa morire in giovane età, senza aver mai conosciuto cosa voglia dire vivere liberi dalla miseria.

La fame non dovrebbe esistere. Produciamo complessivamente più del fabbisogno alimentare mondiale. La nostra sfida è raggiungere i bisognosi dove non si producono viveri a sufficienza, dove le famiglie indigenti non possono permettersi un’alimentazione adeguata o dove la violenza politica o altre situazioni di crisi hanno interrotto il normale approvvigionamento alimentare.
 
Prestare assistenza alle popolazioni indigenti nel loro Paese d’origine è nell’interesse dell’Ordine. Un numero sempre crescente di persone colpite dalla fame e dalla povertà fanno il loro ingresso in Italia e nelle altre nazioni ricche. I trasporti moderni, la diffusione tramite televisione di scene di vita felice e la semplice disperazione spingono molti a privarsi di tutti i propri averi per immigrare illegalmente nell’Europa Occidentale o nell’America del Nord.

Lo smarrimento nel ritrovarsi disoccupati e irregolari in una Nazione ricca è nulla in confronto a cosa significhi morire di fame in una Nazione povera.

Tutti noi  dobbiamo impegnarci attivamente ad  aiutare le popolazioni indigenti dei Paesi in via di sviluppo direttamente nella loro terra d’origine e per creare opportunità economiche che permettano loro di non dover abbandonare il proprio Paese. Nel corso degli ultimi trent’anni il divario tra ricchi e poveri è raddoppiato e continua a crescere. Oggi il 20% più ricco della popolazione mondiale guadagna 60 volte quello che guadagna il più povero 20%.

L’assistenza economica e gli aiuti alimentari impiegati nei progetti di sviluppo costituiscono solidi investimenti a lungo termine che aiutano a ridurre tale divario.
C’è ancora così tanto che possiamo fare insieme per aiutare le famiglie bisognose, la povera donna che lotta contro la fame e la miseria. Cambiare la vita delle popolazioni indigenti è possibile, ma solo con il vostro aiuto.